Lou Reed, sangue di ghiaccio
Oggi avrebbe 84 anni ed è uno dei pochi artisti che non mi passa. Perché resta l’instillatore dei dubbi, la metafora della dicotomia, l’alto e il basso del rock e delle nostre vite
Lou Reed proprio non mi passa. Continuo a cercarlo, ad ascoltarlo, talvolta lo intuisco meglio. Di colpo capisco Lulu con i Metallica che all’epoca mi sembrò un’operazione non esattamente riuscita.
Capisco che aveva voglia di reinventarsi, stupirci, spiazzarci, regalarci qualche dubbio ancora. Perché questa è stata la mission di un artista monumentale che ci ha preso sempre a calci in culo, non ci ha mai tenuti per mano e ci ha imposto il passaggio dalla adolescenza all’età adulta mostrandoci il livido della vita. Nessuna consolazione, mai. Neanche oggi, per un compleanno non festeggiato. Avrebbe compiuto 84 anni Lou Reed, nato sotto il segno dei Pesci. E dunque doppio, fluttuante, acquatico, sfuggente ma così presente da somigliare a un pezzo di vita. Carne della nostra carne.
Reed è stato, è, la più alta metafora della dicotomia, dell’alto e del basso, del gelo e del fuoco che brucia, della cerebralità e delle passioni ormonali, sentimentali (compresi i molti amori, ne ho scritto qui) Reed è stato, è, cultura di ghiaccio che diventa linguaggio universale, alla portata di una generazione scalmanata convinta che sarebbe rimasta immortale nonostante l’assenza di futuro. Per Reed ha fatto di tutto, l’artista che ho visto più volte dal vivo, il mio Dante del rock’n’roll, il mio Cristoforo Colombo del chitarrismo. Reed è stato per anni il mio poster in cameretta e tutt’oggi è la spilletta sul bavero del mio cappottino di velluto.
Mi ha insegnato molto, anche l’arte – complessa – della sobrietà. Gli devo parecchio.
Quanto segue è un minuscolo omaggio.
L’unica al mondo a non sapere chi fossero i Velvet Underground era lei, Laurie Anderson. “Credevo fosse una band inglese, mi stupì molto l’accento americano di Lou”. Lou è ovviamente Lou Reed. Sembrava una relazione improbabile quella tra la signora dell’avanguardia e il rocker furibondo, il cantore cinico e dolente di ogni bassofondo dell’anima. E invece è stato, è, un grande amore, 21 anni insieme, lei e lui. Per il primo appuntamento Reed la portò all’Audio Engineering Society Convention, la più grande mostra mercato di apparecchiature elettroniche. “Era il 1992. Passammo un pomeriggio fantastico a guardare cavi e amplificatori. Una giornata perfetta”. Perfect day, già, come l’anthem più usato dai copy, pezzo contenuto in Transformer, l’album del 1972 prodotto e arrangiato da David Bowie e Mick Ronson dove le trasformazioni passano dalla fluidità sessuale mentre New York si traveste da drag queen. Il primo grande successo di Lou che poi, però, picchiò Bowie per una battuta infelice sulla sua voce al ristorante Rendez Vous di Chelsea, Londra. Non si parlarono per anni, dopo essersi baciati in pubblico. Si rincontrarono tempo dopo entrambi adulti, “puliti” dalle fattanze.
Tornarono anche a suonare assieme al Madison Square Garden nel 1997 per il compleanno del Duca Bianco, entrambi vestiti di nero, a cantare Waiting for the man, elegia dell’attesa di un pusher, lanciandosi sguardi complici, saettanti. Perché Bowie adorava quell’artista rude e coltissimo, che per una vita ha “camminato nel fuoco passandosi la lingua tra le labbra”. E Reed contraccambiava con una punta di invidia: “I ragazzi urlano quando David sale sul palco. A me tirano addosso le siringhe usate”.
Lou se n’è andato il 27 ottobre del 2013. In 71 anni ha fatto in tempo a fondare i Velvet Underground, a comporre a suo nome 22 album in studio, almeno tre live imperdibili, a scrivere poesie, pièce teatrali, a pubblicare libri di fotografia, a interpretare sé stesso in una pellicola di Wim Wenders, a prestare quella sua voce monocorde e gelida in film d’animazione, a convivere con una bellissima trans alla quale ha dedicato un capolavoro come Coney Island e a sposare Laurie Anderson. Che è l’unica deputata a ricordarlo come nessuna, nessuno: “Insieme abbiamo imparato ad andare in kayak, a trattenere il fiato sott’acqua, a cantare arie d’opera in ascensore, a riconoscere le farfalle, a perdonarci l’un l’altra. L’ho visto andarsene via per sempre mentre con le mani faceva la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e spettacolare – non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione dell’amore”. Ci conforta Laurie Anderson, conforta gli orfani di “quel depravato più sfatto mai visto”, come lo definiva Lester Bangs, l’artista che ha trasformato la carne in rock’n’roll, il rock’n’roll in elettricità, e l’elettricità in parole. Perché Reed ha cambiato la musica e tutti noi con i suoi “dischi da leggere e i libri da suonare”, così come aveva imparato dal suo maestro all’università, lo scrittore Delmore Schwartz.
Ha cantato ogni dolore, ogni perdita, ha urlato la fatica delle dipendenze, ha suonato ogni suono anticipando la musica industriale con Metal Machine Music nel 1975, disco ritirato dal mercato perché invendibile, ha sperimentato ogni tensione, ha raccontato New York come un pezzo di sé, ha scritto canzoni d’amore e d’odio indimenticabili, ci ha insegnato la letteratura imbracciando una chitarra. Non ha fatto sconti a nessuno, a cominciare da sé stesso. Un provocatore mirabolante che ha scelto di camminare lungo il lato selvaggio della strada, quello dove la vita vera si manifesta senza trucchi, mediazioni, dove le ferite non si cancellano e al massimo divengono cicatrici.
Tra le ferite di Lou Reed c’era Berlin, un concept album magnifico, imponente, lacerante, composto nel 1973. Non capito all’epoca. Troppo faticosa quella storia di passioni e morte, di violenza tossica. Si prese la rivincita nel 2007, portando quel disco in giro per il mondo con un’orchestra, un coro di bambini, con la scenografia imponente di Julian Schnabel che realizzò anche un film. Il tour planetario si concluse in Italia, all’Anfiteatro romano di Cagliari il 14 luglio di quell’anno. C’era una luna piena scandalosamente luminosa quella notte, un leggero vento di maestrale, odore di salsedine ed elicriso. Reed era felice e noi con lui, come in un gioco di specchi. Perché Lou, nonostante ogni complessità, ci ha reso migliori insegnandoci a fare i conti con la finitezza. Con la magia e con la perdita. Con la trascendenza e con la libertà. Gli uomini liberi se ne vanno, ma rimangono per sempre a “far vorticare il tramonto” in giorni perfetti in cui un ragazzo con un chiodo di pelle nera e un paio di Ray-Ban ci regala un sorriso storto e obliquo. Identico al nostro. I’ll be your mirror.




👏👏👏
Grazie, pezzo bellissimo e capace di riconciliarmi con alcune spigolosità di Lou, qui messe in prospettiva.