Wild Is The Wind
L’amicizia tra David Bowie e Nina Simone, un rapporto tanto sottile quanto sentimentale. Lei lo invocherà a Montreux, lui la ricorderà in una canzone immortale e un necrologio
Questa è la storia di un’amicizia improbabile tra due personaggi all’epoca improbabilissimi: Nina Simone e David Bowie. Si conoscono nel 1974 dopo uno dei due concerti di David - tour di Diamond Dogs - al Madison Square Garden di New York nel luglio di quell’anno. Nina porta la figlia Lisa ad assistere allo spettacolo. Qualche giorno dopo si incrociano per davvero all’Hippopotamus, un club molto in voga.
“The high priestess of soul” ha 41 anni, Bowie - che ha appena seppellito Ziggy - solo 27. Lei è la stella americana in caduta libera dopo i grandi successi degli anni Sessanta: ha alle spalle un matrimonio con un uomo-manager violento che la sfrutta come una bestia da soma, ha una madre che non la comprende, anzi si vergogna di quella ragazza poco religiosa e troppo emancipata. Nina è in perenne crisi per aver dovuto archiviare definitivamente l’idea di diventare la prima pianista classica nera e l’industria musicale, dopo averla spremuta come un limone, inizia ad emarginarla. Perfino la sua adesione al Movimento per i diritti degli afroamericani è una sorta di ring: Nina incita alla violenza contro i bianchi, prende le distanze dal “sogno” di Martin Luther King ma anche dai radicalismi di Malcolm X fino a diventare quasi un corpo estraneo all’interno della comunità black. Soprattutto non ha un centesimo da parte: diritti, proventi, cachet sono regolarmente sperperati da discografici e impresari avventurieri mentre lei, sognando Bach, il grande amore e qualche abito alla moda, si è fottuta da sola, delegando e delegando. E non da ultimo i problemi mentali di Nina stanno prendendo il sopravvento: passa dalla disperazione all’euforia maniacale, è aggressiva, angosciata, sempre fuori fuoco e terribilmente sola. Beve troppo, beve male e male si fa in un’altalena delirante di up and down. Anche il talento superbo inizia ad offuscarsi, tanto che, quasi a ribadire il declino, pubblica un live dal titolo It is finished. Da parte sua Bowie, pur all’acme della gloria, è in preda alle proprie private paranoie. L’abuso di coca peggiora la situazione, si nutre con latte e peperoni, è magrissimo, allucinato, nervi a fior di pelle. In quell’estate del 1974 si incrociano tra i cocktail dell’Hippopotamus. Lui la vede, la invita a sedersi al suo tavolo, le chiede il numero di telefono. Secondo quanto riportato nella biografia ufficiale - What Happened, Miss Simone? di Alan White - David la chiamò quella notte stessa, alle tre del mattino.
“Disse: ‘La prima cosa che voglio che tu sappia è che non sei pazza, non lasciare che nessuno ti dica che sei pazza’.
“Per un mese, la cercò ogni sera e parlarono per ore. Alla fine, andò a trovarla. “Sembrava proprio Charlie Chaplin, un costume da clown, un grande cappello nero”, racconta Simone. “Mi confessò che non era un cantante di talento e lo sapeva. Disse che aveva piegato la sua genialità per inseguire un obiettivo: diventare una star del rock and roll. C’era riuscito, aveva trovato la formula giusta”.
Pochi mesi dopo Nina andrà in Liberia alla ricerca della terra promessa, Bowie lascerà l’America per la Germania. Nel disco che anticipa la trilogia berlinese - Station to Station - David omaggia l’amica con una cover di Wild is the wind. Quel brano del 1957, scritto da Dimitri Tiomkin e Ned Washinghton - era parte della colonna sonora del film omonimo con Anna Magnani e Anthony Quinn, una rivisitazione cinematografica de La Lupa di Verga. Nina lo aveva fatto suo nel 1966 in un disco potente e bellissimo, tanto lacerato quanto ispirato.
Dopo il periodo di bisbocce, sesso, feste e onori in Liberia, povera in canna e con le idee sempre più confuse, Nina si trasferisce in Svizzera per far studiare la figlia in un collegio altolocato, tra i musi e gli insulti della ragazzina che è cresciuta senza padre e madre e che proprio non vuole saperne di indossare la divisa e imparare le buone maniere. È uno dei momenti più bui di Simone, prologo della malattia mentale conclamata con tanto di tentato suicidio e una deriva senza ritorno tra i bassifondi dell’anima. Pur di aiutarla, Claude Nobs - appassionato di musica e organizzatore di concerti - la impone nel cartellone 1976 del Festival Jazz di Montreux. Nina esegue solo quattro brani ma resta sul palco per un’ora in un crescendo di invettive, sermoni e riflessioni private, spesso scagliandosi contro il pubblico che ha la cattiva idea di parlottare o alzarsi per andare alla toilette. A un certo punto interrompe lo show, si alza, chiede se in sala ci sia Bowie. “Ehi David, amico mio, sei qui?”. Ha gli occhi dilatati, l’espressione interrogativa e furente. La gente in sala ridacchia, lei continua a chiamarlo. Nessuno risponde.
Molti anni dopo David scriverà un necrologio per la sua bizzarra amica, la diva assoluta divorata dalla follia.
“Ho letto la notizia della scomparsa di Nina Simone. Era una presenza appassionata e vitale nella musica e le sue canzoni mi hanno regalato ispirazione e piacere e continueranno a farlo per molti anni a venire. L’ho incontrata tante volte all’inizio della mia carriera e ho avuto l’onore di sedermi accanto a lei al pianoforte mentre suonava una serie di classici delle sue composizioni solo per me. Un’esperienza indimenticabile. È praticamente impossibile descrivere la potenza della sua performance se non si è stati abbastanza fortunati da condividerla in prima persona. Una donna straordinaria e un giorno triste.”
Il giorno triste è datato 21 aprile 2003, uscita definitiva di scena per Nina, la “sacerdotessa” poco compresa, poco amata, che sperava in un mondo migliore, sperava di salvarsi e salvare l’umanità con la sua musica gigantesca, feroce e pura poesia di catrame.



