"Un certo Claudio Rocchi"
"Aspirante santo, aspirante pop star". Un artista così complesso, luminoso. Se n'è andato nel 2013. Lo immagino da qualche parte nei cieli arcaici di Sardegna che abbiamo condiviso con i fenicotteri.
Per l’Enciclopedia della musica Treccani mi è capitata in sorte la sua scheda biografica. Lì, a parte la sequenza di dischi, collaborazioni ed esperienze, non ho potuto scriverlo. Scrivere che un giorno nella redazione cagliaritana di Epolis, free press dalle 19 edizioni in tutta Italia, si presentò un uomo magro, elegantissimo, occhiali scuri, sorriso immenso. Mi chiamò la segretaria, disse: “C’è un certo Claudio Rocchi che vorrebbe parlare con te. Lo faccio passare?”. Era proprio lui, con l’accento milanese mai perso, lui musicista regista conduttore radiofonico mistico e viaggiatore. Lui, proprio lui, che aveva deciso infine di trasferirsi in Sardegna. Si era preso una casa a ridosso del Monte Arci nelle campagne di Marrubiu, a sud di Oristano. Mi raccontò che quelle pietre nere lo ispiravano, che c’era un’anima arcaica e misteriosa che lo avvolgeva, che il cielo visto dall’Isola non ha eguali. E in effetti è così: poche luci, il cosmo come una sfera nera sulle nostre teste, le stelle visibili e immense quasi da poterle toccare. Iniziammo a sentirci con frequenza, parlavamo delle “Domus de janas”, gli anfratti delle fate, della cultura nuragica, del ritrovamento dei Giganti a Mont’e Prama, una rivelazione che l’archeologia sarda negò a lungo pur di non ridefinire gli errori storici commessi nel corso del tempo. Mi fece ascoltare e vedere Pedra Mendalza, il progetto del 2003, un film dedicato proprio alla Sardegna ancestrale, quella che gli risuonava nell’anima. Lo aveva ispirato un rilievo basaltico vicino a Giave dove, secondo leggenda, le janas avevano stabilito la loro dimora. Claudio era un visionario, un sognatore. Avrebbe potuto tirarsela, ribadirsi. E invece nonostante la sua storia restava umile e così gentile, “un certo Claudio Rocchi”
Una vita pienissima, la sua. Raccontava sempre sorridendo, come se nulla fosse. “Ah sì ho fatto delle cose. Quando ho iniziato che anno era?”. Era il 1969 autore e bassista degli Stormy Six. Poi nel 1970 decide di fare da solo, arriva Viaggio, un album acustico in cui compone e canta tutti i pezzi, suonando anche il pianoforte, la chitarra e le percussioni, con la collaborazione dell’amico Mauro Pagani al flauto e al violino. Nel 1971 compone il suo capolavoro, Volo Magico n° 1 con un giovanissimo Alberto Camerini alle chitarre. La title-track del disco è una lunga, ipnotica suite, mentre l’altro brano che entra di diritto nell’immaginario dell’epoca è La realtà non esiste, manifesto teorico dell’artista, poi reinterpretato da Battiato con Alice. Lascia Milano, arriva a Roma, inizia a condurre programmi radiofonici per la Rai, quando la Rai era servizio pubblico anche audace e si prendeva la briga di sperimentare. Nel 1972 approfondisce le stesse tematiche con La norma del cielo (Volo Magico n° 2) dove lo affiancano, tra gli altri, Camerini, Pagani e il violinista degli Stormy Six Lucio Fabbri. Dopo un viaggio in India esce Essenza nel 1973 e l’anno successivo Il miele dei pianeti, le isole, le api, (che titolo meraviglioso) con il percussionista indiano Trilok Gurtu.
Dal 1975 al 1976 si interessa alla musica elettronica d’avanguardia con l’album Rocchi e Suoni di Frontiera, mentre nel 1977 torna alla forma canzone con A fuoco, primo disco per la Cramps Records. Claudio l’inarrestabile in quello stesso periodo comincia a investigare il mondo dell’audiovisivo con la performance Mirage (tra teatro, danza e musica) e poi con la sonorizzazione del lungometraggio Minotaurus di Fabrizio Fiumi. Nel 1979 cura il doppio album con il concerto dedicato alla memoria di Demetrio Stratos e intensifica il rapporto con l’ex Area Paolo Tofani, l’amico più stretto, che compare, con Eugenio Finardi, nel suo disco Non ce n’è per nessuno. Negli anni Novanta continua a comporre: scrive musica, scrive poesie, sostiene l’apertura di «Re Nudo», la rivista underground, interpreta una parte nel film Musikanten di Franco Battiato.
Non si fermava mai, Claudio il solare, innamorato dell’universo e delle sue creature: ascoltare per credere Sacred Planet, musica cosmica e sciamanica. Era magico, era cortese ed empatico, era ispirato, con quella dose di follia che lo spinse a ideare e realizzare progetti apparentemente assurdi: nel 1999 nuova svolta, addio amici, si parte. Per andare in Nepal dove rimase tre anni, fondando a Kathmandu, la prima radio indipendente nazionale «The Himalayan Broadcasting Company». Ne parlava con gli occhi che brillavano, che storia quella radio, che emozioni quella gente, quei luoghi, quella valle sacra per gli indù e i buddhisti. Era un monaco, Claudio, un uomo che camminava a qualche centimetro dalla terra e la osservava con amorevole compassione. Era così: un vulcano in ebollizione. Uno sperimentatore. Un rivoluzionario. Uno che a un concerto di militanti comunisti a Ravenna fece ascoltatore il battito cardiaco di sua figlia nella pancia della mamma. Uno che continuava a fare quello che gli passava per la testa. Per esempio, lavorare con una band dell’area psichedelica piemontese, gli Effervescent Elephants, e fare musica con Gianni Maroccolo (ex Litfba, ex Csi). Da quella collaborazione nacque Vdb 23 /Nulla è andato perso - disco, dvd e libro e i fondi trovati in rete grazie al crowdfunding.
Rocchi raccontava spesso delle sue vite precedenti («aspirante santo», «aspirante pop star»), aveva mille aneddoti, aveva visto cose che noi umani fatichiamo anche a immaginare. A un certo punto aveva incontrato anche l’amore, Susanna Schimperna, alla quale dedicava (ampiamente ricambiato) favolosi pensieri e che sognava di sposare. Poi la malattia, una patologia degenerativa alle ossa. Ne scriveva su Facebook senza piagnistei: “Il buonumore tiene, la coscienza pure, il libro è iniziato stamane». Il libro era la sua autobiografia, La settima vita. Poi le crisi sempre più frequenti. Claudio se n’è andato il 18 giugno del 2013 senza paura perché credeva nella reincarnazione e sosteneva che “sostanzialmente la morte non esiste”.
Sessantadue anni appena, nato l’8 gennaio del 1951, data che celebrò con una canzone struggente. Il volo magico non si è interrotto allora e di sicuro continua altrove. Sopra le pietre nere della Sardegna, le vette dell’Himalaya, tra le note, lo zen e l’arte della manutenzione del cuore. Claudio amava le nuvole, il suono delle ali dei fenicotteri - quelle ali piccole, rosa - che al tramonto sbattono da uno stagno all’altro del Mediterraneo. Ogni tanto guardo in alto, penso che “un certo Claudio Rocchi” abbia trovato una nuova casa oltre la linea infinita dell’orizzonte. Faccio ciao con la mano. Poi anche io mi rimetto in cammino.






Un gran bel ricordo. Meritatissimo tra l'altro. Io rientravo tra coloro che non lo conoscevano sino a quando ho sentito Mauro Pagani parlarne durante un intervento a un festival. Un paio d'anni fa. Beh, Mauro Pagani, per me persona adorabile al di là della bravura musicale, ne parlò con un'ammirazione e un fervore che non erano certo di circostanza. Arrivato a casa mi sono ascoltato Lo Scopo Della Luna e poi, col tempo, altri dischi, iniziando con quel Volo Magico n. 1 che credo sia punto di partenza quasi obbligato.
Ma la maggior parte delle sue cose é coinvolgente, unica, spiazzante. Che vita, che personaggio. Grazie per questa pennellata discreta su una tela seminascosta ma luminosissima, a modo suo
Grazie per questo riassunto di una vita poco riassumibile.